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Voci da Naturandia - Itinerario n.4
Olgiate Olona Via Isonzo – Solbiate Olona
via Tobler

 

Indice


Dal piccolo piazzale di via Isonzo, prima di entrare nella ciclopedonale, prendere a sinistra il Costaiolo di S. Antonio e, dopo una ripida salita, voltare a destra nel piazzale della Chiesetta di Sant’Antonio abate a Moncucco di Olgiate Olona. Fu edificata nella seconda metà del Cinquecento dai frati Carmelitani con un piccolo monastero attiguo e dipendente da Milano; accanto, esisteva un cimitero circondato da muro e visibile ancora nel 1689 (“Moncucco” richiama non un monte, ma un cocuzzolo: chiesa e monastero sovrastano la valle dell’Olona).

Dopo che a ottobre 1652 papa Innocenzo X decretò la soppressione dei piccoli conventi, quello olgiatese fu soppresso il 30 maggio 1653 dall’arcivescovo Alfonso Litta sia a causa del numero esiguo di religiosi, sia perché già dal Cinquecento la comunità di frati si distinse in negativo per osservanza e regole monastiche nulle e a tratti discutibili e per gli attriti col clero locale.
I beni furono affidati al parroco di Milano-Santa Marcellina, eretti in commenda (un ecclesiastico ne percepiva le rendite), depauperati dalle confische e requisizioni napoleoniche del 1797.

Tornati in Valle, imboccare la ciclabile e, subito dopo la sbarra, sostare brevemente lungo il muretto che fa da argine al fiume Olona.
Di fronte, nei particolari delle grandi finestre e delle canaline, un esempio dello stile raffinato che caratterizzava i grandi stabilimenti di fine ‘800. Questo (prima Cotonificio S. Antonio, in seguito Candiani e poi filiale del Cotonificio Carlo Ottolini (“Ul Carlotu”), ora sede del Museo del Tessile di Busto Arsizio), sorge su quello che fu originariamente uno dei mulini di Olgiate: il Mulino Raimondi (già di C.Genesio Custodi, n. 56 mappa raggi). Il salto d’acqua ne è la memoria storica.

Proseguendo, sulla destra c’è un ponte (non sempre percorribile), ma dal quale si gode una piacevole vista sul fiume, che porta sull’ampio terreno in parte boscato della sponda opposta.

Dal punto di vista naturalistico, questa è una zona molto interessante. La vegetazione è caratterizzata dalla presenza di piante igrofile: pioppo nero, ontano nero, olmo campestre, ecc. che documentano la memoria del territorio. Un tempo qui c’era sicuramente molta acqua: il corso naturale del fiume poi deviato per meglio servire mulini e fabbriche? Il sistema irriguo che forniva acqua ai campi coltivati? Il canale o roggia (ora asciutta) sotto la costa di Gorla Minore? Una risorgiva ora scomparsa? Un fatto è certo: se queste piante riescono a sopravvivere e vegetare, di acqua nel sottosuolo riescono a scovarne ancora. Mentre la piantagione di pino strobo, originariamente installata forse a scopi ornamentali, è proprio sofferente.

Il percorso prosegue tornando sulla ciclabile. A sinistra il costone con il sentierino che scende dal pianalto, dove passa la strada per Solbiate Olona. La vegetazione è formata perlopiù da robinie, acero, noccioli, noccioli, fusaggine o berretta del prete, rovo, pado e ciliegio tardivo.

Nel sottobosco alcune fronde di felci maschio e femmina e, all’inizio della primavera, piccoli tappeti fioriti di anemone bianco, una pianta erbacea di piccole dimensioni (raggiunge massimo i 30 cm di altezza). Sul fusto eretto la lamina fogliare è divisa in tre lobi lanceolati, con profondi segmenti ed un solo fiore di colore bianco con 6 petali.
Anche la pervinca, un’erbacea spontanea sempreverde e strisciante, tappezza il sottobosco. Le foglie sono lisce e lanceolate di un bel verde acceso; i fiori sono singoli, di forma tubolare con cinque lobi, disposti come un’elica, dal tipico colore blu-viola, pervinca appunto. Il nome “vinca” deriva dal latino “vincire”, che significa legare, per via dei fusti che sono sottili e flessibili e si intrecciano nel terreno.
Il pado ha la corteccia piuttosto liscia di colore grigio scuro; con la particolarità di emanare un cattivo odore. Foglie decidue di 5-10 cm, di colore verde chiaro, con margini seghettati disposte alternamente sul ramo.

I piccoli fiori sbocciano nel periodo tra aprile e maggio, in folti grappoli di colore bianco che pendono dai rametti con un forte profumo di mandorla. I frutti sono delle drupe rotonde di colore nero e lucide, con forte presenza di tannino che conferisce loro un sapore astringente ed amaro per cui sono mangiati solamente dagli uccelli. Per i non esperti è facile confonderlo con il ciliegio tardivo che ha foglie più scure, lucide e coriacee, senza l’odore caratteristico dell’altro.

Alcune fronde di felci maschio e femmina crescono su questo versante vallivo, a conferma della presenza di umidità. Le Felci Pteridophyta (con riferimento alla forma delle fronde, dal greco: “pteron” ala) - piante prive di fiori, frutti e semi.
Nel Carbonifero, periodo geologico del Paleozoico (compreso tra 360 e 286 milioni di anni fa), prima che comparissero i Dinosauri e circa 150 milioni di anni prima che le piante Fanerogame (che producono fiori) diventassero il gruppo vegetale più diffuso del pianeta, le terre emerse erano un’immensa distesa verde, con foreste di alberi giganteschi e palmiformi, ricoperti da muschi e da enormi felci.
Quelle che oggi popolano i nostri boschi sono il risultato dell’evoluzione di centinaia di specie: molte delle primitive sono scomparse, altre si sono adeguate.

La vegetazione spontanea, lungo la ciclabile, viene rigorosamente tenuta sotto controllo: sfalci regolari (e costosi), perché il “pavimento deve essere tirato a cera” ed il più possibile senza erbacce. Pensate che, quando la pista fu terminata, sui cigli seminarono l’erbetta dei giardini!

Il fiume qui sembra immobile nel suo scorrere lento ed è facile poter osservare coppie di germani reali tranquilli quanto l’acqua. Notare, sulla sponda opposta, le bocche irrigue (o chiuse?) che fornivano acqua ai campi coltivati ed alcune piante di olmo campestre scampati al taglio. Alcuni decenni fa, gli olmi furono drammaticamente decimati dalla grafiosi, malattia causata da un fungo. Ora stanno lentamente tornando a ripopolare i nostri boschi.

A sinistra un piccolo masso di conglomerato staccatosi dal versante vallivo ci ricorda la storia geologica della Valle Olona. Qui osservo da tempo una depressione del terreno che è andata via via aumentando fino a formare una piccola conca, con tanto muschio ed erba sempre verde. E’ il comportamento solito (agli occhi di chi osserva con passione) del terreno che si candida a zona umida. Ma sul pianalto, a differenza di altre zone, non ci sono risorgive. Dunque? Presenza di acqua nel sottosuolo? Ho avuto la mia risposta sporgendomi dal parapetto: la parte bassa dell’argine trasuda infatti acqua.

Proprio qui c’è il pozzo di ispezione della falda freatica.  La formazione della falda freatica è dovuta all'acqua dei fiumi o della pioggia che viene lentamente trasportata in profondità dalla forza di gravità finché non giunge ad uno strato argilloso impermeabile dove si ferma. Dopo l'arresto forzato, si forma un accumulo di acqua.

Tale formazione è alimentata tramite il fenomeno della capillarità superficiale che mantiene il livello costante. La forma di solito non è regolare ed è dettata dal limite inferiore, cioè il limite della camera impermeabile, e dal limite superiore, ossia dalla superficie del terreno che la sovrasta.

Essa svolge un ruolo fondamentale nell'agricoltura o per il rifornimento d'acqua tramite l'utilizzo dei pozzi. La quantità d'acqua ovviamente può variare con il cambio delle stagioni (in inverno il livello è maggiore dato che il bisogno di acqua in genere è minore) o con l'aumento o la diminuzione delle intensità della pioggia.

Anche l'intensità della vegetazione superficiale è causa di variazione del livello dell'acqua, così come l'utilizzo della stessa da parte di una comunità di esseri umani che possono estrarre l'acqua per un utilizzo civile o industriale oltre che per irrigare i campi.”
In questo tratto è facile sentire il caratteristico tamburellare del picchio rosso o la risata del picchio verde, o notare (in inverno) il pettirosso che fa bella mostra di sé sul parapetto in legno.

Il pettirosso è un piccolo uccello europeo molto comune, di aspetto paffuto e spavaldo, senza collo, con occhi simili a due perle nere, che sembra sempre volersi mettere in mostra, orgoglioso del suo petto e fronte colorati di arancio.
Il resto del piumaggio è di colore bruno oliva. Paragono il suo canto dolcissimo alle perle di una collana che rimbalzano sul pavimento. E’ ghiottissimo di panettone: mettetene qualche briciola sul balcone e arriverà di sicuro. Si da il cambio con le rondini: arriva quando esse
partono e migra quando tornano.

Solo una volta mi è capitato di vedere, anche qui come a San Pancrazio, un martin pescatore, un uccello di piccole dimensioni, con corpo tozzo e arrotondato, coda corta e grossa testa con becco lungo e conico. La sua colorazione è molto caratteristica, con le parti dorsali di un bel colore azzurro con iridescenze verdi o azzurre su testa, ali e coda (dove le penne sono bordate di blu scuro, dando un aspetto a mosaico al piumaggio), mentre il petto ed il ventre sono di color bruno-arancio o ruggine: dello stesso colore sono anche una striscia di penne fra la base del becco e gli occhi e la macchia guanciale, mentre la gola ed una mezzaluna di penne sulla nuca sono bianche.

Le zampe, piuttosto piccole, sono di un rosso intenso con unghie ricurve e nere: le dita sono quattro, tre rivolte in avanti ed uno all'indietro. Necessita quotidianamente di una quantità di nutrimento pari al 60% circa del suo peso e per procurarselo si posiziona in osservazione su rami o canne sporgenti sui corsi d'acqua dove vive, dai quali si tuffa velocissimo per catturare le prede. Durante la notte si rifugia nella fitta vegetazione nei pressi.

Subito dopo l’inizio della recinzione a sinistra, il fiume Olona, grazie all’impercettibile pendenza, forma una leggera corrente e lavora a crearsi la curva di erosione sulla sponda destra e quella di deposito sulla sinistra.

In un “clima di rinaturalizzazione del territorio” potrebbe crearsi un’ampia golena in grado di contenerne le acque durante gli eventi alluvionali, svolgendo l'importante funzione idraulica di invaso di emergenza. Ma stia attento l’Olona, se ci prova gli mettono la camicia di forza: un bell’argine di grossi massi che ne imprigionerebbe i bellicosi intenti!

Sul profilo del pianalto orientale spiccano il campanile della chiesetta di San Maurizio e la sagoma del Collegio Gonzaga. La Chiesa di San Maurizio – In origine l’oratorio di San Maurizio era la cappella nella residenza dei Terzaghi (già proprietari del Mulino in Valle), una dimora fortificata, indicata col nome di castello da molti documenti notarili dei secoli XVI e XVII. La costruzione della cappella risale a poco dopo l’anno Mille e alcuni affreschi databili tra il XIII e il XIV secolo sono affiorati nel corso di restauri interni. Per volere di Giovanni Andrea Terzaghi, nel 1599, l’oratorio da lui stesso riedificato, fu ceduto alla Congregazione degli Oblati, con l’obbligo di farvi risiedere un confratello per la celebrazione quotidiana di una messa. Fu nuovamente ampliato e restaurato alla fine del ‘600, con l’aggiunta del campanile in cotto, a cuspide. Nel 1810, dopo l’occupazione francese, fu confiscato con tutte le altre proprietà della Congregazione e fu riaperto nel 1811.

La storia del Collegio Gonzaga risale invece al 1599, quando la Congregazione degli Oblati del S.Sepolcro ricevette in eredità dal Terzaghi anche la sua residenza, vicina all’oratorio, con l’obbligo di dare istruzione ai giovani. Compito ben assolto dagli Oblati, la cui fama si diffuse anche nei paesi vicini, tanto da indurli ad aprire, nel 1629, un vero collegio.

Un secolo dopo venne costruito il cosiddetto quadrilatero, ossia il corpo centrale dell’attuale edificio, con cortile interno circondato da un portico con sessanta colonne di granito. Dal 1774 al 1786 il numero dei convittori, tra interni ed esterni, triplica. Tra le materie, la lingua latina, servendosi anche del dialetto. L’antica dimora è completamente incorporata alle nuove strutture che si estendono verso la piazza, ma la confisca del 1810 sopra citata annulla secoli di lavoro.

Il rettore Gianbattista Sioli e il vicerettore Giorgio Rotondi riscattano, con grandi sacrifici, l’intero “stabilimento”, compresa la chiesa di San Maurizio. “Nel 1816 il vicerettore Rotondi ottiene dal governo austriaco la nomina a rettore, paga i debiti ed acquista una parte dei terreni confiscati. Nel 1818 viene chiuso al pubblico l’oratorio di San Maurizio e il Collegio cede al comune di Gorla Minore la striscia di terra sulla quale sorgerà la rampa di accesso alla stazione ferroviaria.

Il 24 luglio 1838 il Collegio viene riconosciuto “stabilimento pubblico”, sotto la tutela dell’imperial regio governo. Dal 1848 al 1853 il Collegio fu retto dai padri Somaschi e il suo prestigio diminuì notevolmente, tanto che i convittori scesero a 80. Ma con il ritorno degli Oblati si rese addirittura necessaria l’apertura di nuove aule in altri edifici della piazza. Nel 1880 fu eretta una cappella interna e dieci anni dopo la costruzione del liceo”.

Grossi salici bianchicrescono sulla sponda sinistra del fiume. Sciami di piccoli insetti formano lunghe colonne sopra l’acqua del fiume e forniscono cibo (in primavera- estate) a volatili e rondini che devono nutrire i giovani nati.
Sulla sponda che stiamo percorrendo, molti giovani salici bianchi tentano da qualche anno di diventare grandi (uno era diventato un bellissimo giovane salice), ma vengono regolarmente tenuti a bada capitozzandoli man mano che crescono. Quando si imparerà che sono alberi nati per crescere e vegetare a stretto contatto con l’acqua?

Il ponte che attraversa il fiume conduce alla stazione della ferrovia Valmorea di Gorla Minore. Ancora una volta, il salto dell’acqua ricorda ci ricorda le storiche vicende molinare. Qui sorgevano due Mulini. Quello sulla sponda sinistra era l’antico Mulino Besozzi-Custodi-Bombaglio. Questo mulino, segnalato nel 1606, con 4-5 rodigini, passò di proprietario in proprietario (e di molinaro in molinaro), fino ad essere, nel 1794 di proprietà del marchese Terzaghi di Gorla Maggiore (molinaro P.A.Gadda).

Nel 1819, a causa di danni subiti, la chiusa viene rifatta e nel 1822 la proprietà viene acquisita dai fratelli Ponti, che ne chiedono la trasformazione in opificio di filatura: il Cotonificio Ponti Andrea e fratelli. I Ponti, “abili pionieri con una visione illuministica”, iniziarono l’avventura di una grande industria dell’alta Italia che dette prestigio per almeno un secolo alla nostra nazione: esperti di nazioni estere chiedevano di visitarne lo stabilimento, modello di modernità e capacità produttive.

Questi abili imprenditori, già in situazione finanziaria più che brillante, dovettero il dilatarsi del loro impero a un avvenimento particolare. In contatto con fornitori americani di cotone greggio, un impiegato doveva prenotare dieci navi (allora barconi) di prodotto grezzo, ma sbadatamente scrisse la cifra di 100: un errore che cambiò il destino di questi imprenditori. L’ordine fu subito eseguito e la merce giunse a destinazione, mentre in America scoppiava la rivoluzione e bloccava ogni altra spedizione.

I Ponti si ritrovarono così ad avere, soli in Europa, una grande disponibilità di materia prima e un aumentato potere economico. Furono loro a costruire il canale Furter, il ramo artificiale in sponda destra d’Olona, per migliorare la capacità idraulica dello stabilimento. Modelli di capacità industriali, furono precursori di attività sociali (Società di Mutuo Soccorso). Nel 1899 introducono l’elettricità. Dopo varie fusioni, le crisi del dopoguerra e le gravi alluvioni del 1951 apporteranno gravissimi danni. Con una delle ultime piene del fiume, chiude definitivamente i battenti. (Luigi Carnelli – Il fiume Olona, le acque, la storia, i mulini)

Costeggiamo la recinzione della ex-Sir (che nel 1957 chiese licenza di perforazione di pozzi acquiferi, oltre a successive richieste di scarichi d’acque in Olgiate).

Anche qui l’acqua del fiume scorre placida e nelle giornate limpide sono bellissimi i riflessi degli alti pioppi neri che crescono sulla sponda opposta. Dietro di essi si intravedono alcuni grandi platani.
Nel fiume è un viavai di germani reali e gallinelle d’acqua che zampettano veloci sul pelo dell’acqua per rifugiarsi sotto i rovi provvidenziali.

Il platano è un albero robusto e maestoso con chioma a cupola e rami contorti, con foglie lucide, frastagliate in cinque lobi molto appuntiti e ulteriormente suddivisi, che fanno pensare ad una mano aperta. I suoi frutti, palline spinose sospese a lunghi peduncoli, non cadono e si sfaldano lentamente. Il suo possente tronco tornito forma ogni anno un intarsio diverso, con la corteccia che si desquama a lamine rosso-brune o verdastre su un fondo liscio e chiarissimo.

I greci lo piantarono molto, apprezzandone la fresca ombra e la notevole longevità. I romani introdussero il platano dalla Grecia nel 390 a.C. e contribuirono a diffonderlo in occidente. Tuttavia, la sua propagazione dal sud al nord fu piuttosto lenta. Platano deriva dal greco platanos, derivato a sua volta da platus “largo e piatto”, come il palmo della mano. Probabilmente il platano giunse ai greci da Creta, dove era venerato come appartenente alla Grande Dea, la Madre Terra. Ad Atene scrittori, filosofi e artisti conversavano sotto i platani della passeggiata dell’Accademia che si credevano consacrati al Genio (custode benevolo delle sorti) e Socrate (filosofo ateniese, uno dei più importanti esponenti della tradizione filosofica occidentale) giurava “sul platano”.

Il più celebre di tutti è il platano di Cos, nell’isola omonima (appartenente all'arcipelago del Dodecaneso, che ne comprende dodici) al largo della costa turca. I suoi rami enormi, puntellati da colonne antiche, coprono tutta la piazza. Alla sua ombra Ippocrate di Kos, medico, geografo e scrittore greco antico, considerato il "padre" della medicina, 2500 anni fa, riceveva i suoi pazienti.

Tra la vegetazione che cresce sotto la parte finale della recinzione, spuntano dei tralci di vite, a memoria di qualche passato vigneto.
Per abbellire la ciclopedonale sono state messe a dimora alcune piante di photinia, un arbusto da siepe di origine orientale che, a detta del mio “raglio d’asina”, farà la fine della fallopia japonica che incontreremo più avanti. L’area sosta è ombreggiata da una giovane pianta di noce.

Se siete muniti di buone scarpe, senza danneggiare il campo coltivato, portatevi sull’argine e percorretelo. Questa zona tranquilla è frequentata da molti aironi cinerini, gallinelle d’acqua e germani reali. Le impronte sulla sabbia dell’argine ne confermano l’assidua presenza.

Passando al limite del campo, riportarsi sulla ciclabile ed affrontare la leggera salita. Prima di scendere seguendo la pista, se è estate, fermatevi un attimo a cercare i voli delle rondini, sempre numerose anche a Solbiate.

Se la vegetazione a sinistra non fosse così fitta, potreste leggere un pezzo di storia geologica della Valle Olona scritta sugli agglomerati che affiorano e sui quali poggiano la strada ed il pianalto.

A sinistra il vasto prato utilizzato ogni anno come parte di un circuito di 2500 mt (da ripetersi più volte, attraverso prati e boschi della Valle Olona) per la gara di ciclocross organizzata ogni anno dal G.S. Solbiatese (con l’approvazione della F.C.I.) con prove valide per la finale del Trofeo Lombardia - Memorial Lele Dall'Oste.

Prima dell’area di sosta vedete già, verso nord, la ciminiera dell’ex Cotonificio Tobler spuntare dagli alti cedri dell’Himalaya.
L’area di sosta al termine della discesa è ombreggiata da pioppi neri e robinie. Guardando la sponda opposta si possono notare alcuni nidi sugli alberi: probabilmente degli aironi cinerini che vivono qui o nei paraggi.
Proseguendo, notare l’estesa colonia (partita con poche pianticelle una quindicina di anni fa) dell’invadentissima fallopia japonica (il flagello europeo, com’è stata definita durante un convegno sulle piante invasive). A mala pena, in piena estate, qualche topinambur riesce a spuntare tra il verde delle foglie.

A sinistra un bel filare di giovani pioppi cipressini delimita un grande campo aperto. La vegetazione della costa è invece molto “ornamentale”: salici piangenti e roselline (che ormai sono come il prezzemolo, piantate ovunque), ecc.
Portarsi per un attimo sull’argine a destra. La costruzione trapezoidale del dopolavoro (ex Cotonificio Ponti, noto come Toblerfa da spartiacque tra l’Olonella (o canale Furter voluto dai Ponti) e l’Olona che torna alla libertà dopo il tragitto tra i muri della fabbrica.

Un vecchissimo dipendente del Cotonificio mi raccontò, tanti anni fa, che gli imprenditori del tempo, molto all’avanguardia, erano accorti nell’offrire infrastrutture adeguate anche a chi lavorava per loro: infermerie, asili, sale mensa e di ricreazione.
Mi feci descrivere questi edifici, che ne sono un esempio, nei dettagli. E appresi che il primo edificio, quello sulla congiunzione Olonella-Olona, era il locale mensa: un ampio spazio con piano superiore poggiato su eleganti colonnine in stile liberty e ben illuminato dalle numerose finestre.

L’edificio più arretrato, che dà sull’Olonella, era il locale ricreazione: la cappa del camino riportava aforismi dedicati al pane:

  • Fare il pane - Cuore della casa Profumo della mensa Gioia dei focolari
  • Infornare il pane - Sudore della fronte Orgoglio del lavoro Poema di sacrificio
  • Onorare il pane - Gloria dei campi Fragranza della terra Festa della vita
  • Non sciupare il pane - Ricchezza della Patria Il più soave dono di Dio Il più santo premio alla fatica umana

E le pareti erano affrescate da dipinti bucolici:

  • la nonnina che avvolgeva il gomitolo aiutata dalla nipotina che teneva la matassa;
  • la tavola con la tovaglia bianca e un polentone fumante;
  • il pescatore che pesca con una mano e fuma con l’altra; i suonatori con tromba, fisarmonica e contrabbasso che fanno danzare gli eleganti ballerini;
  • il fabbro muscoloso e saldo sulle gambe mentre batte sulla grossa incudine (se ho preso buona nota).

In un piccolo locale adiacente (forse lo spogliatoio), l’affresco di una cartina dell’Italia con i nomi dei mari e dei paesi confinanti. In un altro la mappa con gli stati affacciati sul mediterraneo orientale, sul canale di Suez (fino al golfo persico) e gli stati africani nord-centro-orientali fino alla Somalia italiana.

Immagini tanto vive nei ricordi, quanto saranno sbiadite ora da abbandono e umidità: un vero peccato per la storia della Valle. L’edificio che dà sulla strada era il ricovero per biciclette con servizi sanitari.

Quando furono eseguiti i lavori della pista ciclabile, si pensò bene di abbattere i magnifici pioppi neri sull’argine, per sostituirli con alcune pianticelle di carpino, più piccole del tutore che le reggeva. Si persero per alcuni anni nel groviglio di rovi ed ora finalmente se ne vede qualcuna sopravvissuta.

Vegeta invece benissimo il ciliegio giapponese! Non sarebbe stato meglio piantare un altro pioppo nero o un ontano nero?
Alla sbarra termina il nostro itinerario. Guardando a sinistra si possono vedere il sentierino e la scala in acciottolato che portava a Solbiate Olona. Quanti passi frettolosi o stanchi su quei sassi…


a cura di Giuliana Amicucci Dal Piaz

 

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