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Voci da Naturandia - Itinerario n.2
Olgiate Olona Cappelletta San Genesio - Area sosta via Isonzo

 


Indice


Partiamo dall’edicola di San Genesio Martire “martire francese del tempo di Diocleziano, il cui culto fu portato dai soldati romani di ritorno dalla Gallia. La chiesa preesistente è ricordata da un ecclesiastico del XIII secolo, Goffredo da Bussero, nel suo “Liber notitiae sanctorum Mediolani”. L’attuale sistemazione è del 1702. Il 25 Agosto era la festa del Santo, protettore degli infermi”. (Luigi Carnelli, Gli affreschi nella Valle Olona).

Scendiamo in Valle tenendo attentamente la destra. La fitta vegetazione del versante vallivo nasconde la vista del conglomerato (impasto di ghiaie, ciottoli sparsi e brecce cementati), memoria storica del suolo su cui poggia il pianalto sovrastante.
All’ingresso della via 26 Giugno un ailanto, una paulonia e un abete rosso. Sulla sinistra si notano: pioppi neri; un grande pruno selvatico; biancospino, sambuco e tanta edera che avvinghia le piante in un abbraccio soffocante.
Se sentite le cornacchie gracchiare, seguitene il verso. Spesso scoprirete (quasi sempre sopra un ampio prato) che stanno attaccando una poiana. La poiana, un grosso rapace diurno, è più grande di loro, ma più impacciata nei movimenti. Tenta maldestramente di difendersi e solo la sua capacità di sfruttare le correnti ascensionali le permetterà, con ampi voli a cerchio, di sfuggire al chiassoso attacco delle gracchianti e prepotenti avversarie.

Sulla destra, il monumento eretto a memoria del disastro aereo del 26 giugno 1959 a Olgiate Olona. Fu la quinta peggior sciagura dell’aviazione civile in Italia, la più grave accaduta vicino all’aeroporto di Milano-Malpensa e nella “provincia con le ali” di Varese: 61 passeggeri e 9 membri di equipaggio a bordo del quadrimotore Super Constellation L-1649A Starliner Jetstream della Trans World Airlines (Twa) volo 891 Atene-Chicago. Ad abbellire l’aiuola, un arbusto di agrifoglio ed uno di bosso.
Torniamo sulla via per Marnate e costeggiando il depuratore ci portiamo sul ponte di Marnate. Da qui si gode uno dei più bei paesaggi della Valle: vegetazione ed edifici che raccontano, ognuno a modo suo, la storia della natura e quella dell’uomo. Affacciandoci verso nord, sui pianalti vediamo:

A ovest Olgiate Olona, con la lussureggiante vegetazione del parco di Villa Restelli ed il caratteristico campanile della Chiesa dei Santi Stefano e Lorenzo.

La chiesa prepositurale rappresenta il frutto di rifacimenti e ampliamenti della chiesetta invernale dedicata a Santo Stefano, risalente al VIII secolo, che sorgeva sulla stessa area, in posizione diametralmente opposta alla chiesetta estiva di San Lorenzo. E' stata sede della Pieve sino al 4 aprile 1583 quando San Carlo Borromeo decretò il trasferimento a Busto Arsizio.
L'edificio è stato interessato da due ampliamenti, nel 1912 e dal 1933 al 1936. All’interno, di particolare interesse è l'altare in marmo risalente al 1819, quando il celebre architetto della Fabbrica del Duomo Pietro Pestagalli, disegnò ed eseguì i lavori. L’opera oggi è stata in gran parte rinnovata nella cornice della nuova chiesa parrocchiale, con marmi detti di Sant'Elia per opera dei marmisti di Viggiù, dal Natale del 1935. Il 23 maggio 1976 fu consacrato invece l'altare liturgico, realizzato in ossequio alle norme contemplate nei decreti del Concilio Vaticano II.

A est Marnate con le case del pianalto affacciate sulla Valle. Valle che si apre davanti ai nostri occhi, verdeggiante di alberi, arbusti, erbe, fiori. Ricca di suoni e cinguettii. Muta nei camini vuoti delle alte ciminiere che resistono agli attacchi del tempo, testimoni di un glorioso passato di lavoro.

Guardando la vegetazione degli argini dobbiamo fare una brutta considerazione. Qui, come altrove, la mano dell’uomo interviene con l’ossessivo desiderio di abbellire a modo suo: piantare essenze che nulla hanno a che vedere con la vegetazione tipica e capitozzare i giovani salici bianchi, nati per stare in riva al fiume o in zone umide, riducendoli a miserabili stecchi.
Sulla sponda destra la bruttissima costruzione di una cabina che dimostra quanto poco attento sappia essere l’uomo al colpo d’occhio sul paesaggio.

Camminiamo sulla sponda destra del fiume, un argine artificiale costruito con enormi massi ormai totalmente ricoperti da una bassa vegetazione. Per tenerlo pulito, vengono regolarmente tagliate le cosiddette “erbacce”. Se da un lato questo permette la comoda passeggiata ai visitatori, con l’andar degli anni ha portato alla scomparsa di erbe spontanee incluse nell’elenco dei bioindicatori forestali: il sigillo di Salomone, la consolida maggiore, ecc. Trascurando il fatto che queste erbe, oltre ad allietare la vista, contribuiscono all’abbondanza di insetti ed alla depurazione di acqua e suolo.

A proposito di bioindicatori forestali, ecco una lista di essenze vegetali che determina la qualità del nostro territorio. Su un totale di 52 specie, la mia ricerca da appassionata mi porta ad affermare come ben 20 specie, presenti in Valle Olona (da Castellanza a Lozza), siano incluse nell’elenco dei bioindicatori forestali. Se a queste aggiungiamo alcuni alberi, arbusti e felci, la quota aumenta e con essa la qualità del nostro territorio. Sono certa che un vero botanico potrebbe determinarne molte altre. Alcune di queste crescevano proprio su questo argine, ma da qualche anno sono scomparse.

Un piccolo aneddoto
Un giorno decisi di portare la nipotina minore a conoscere il fiume Olona. Quando vi fummo davanti, glielo presentai e lei, decisa, mi contestò dicendo che quello “no era il fiume Olona!” Insistetti per un po’, ma non riuscii a convincerla. Solo più tardi capii: in estate ci bagnavamo insieme nel vortice della piscina Manara che avevo soprannominato “il fiume Olona”. La logica infantile!

Per l’attracco della barca usata in occasioni di feste in valle, sono state create due scalette: la prima qui e l’altra più a nord, dove c’è l’imbarcadero. La manifestazione più famosa è certamente il Girinvalle, appuntamento alla riscoperta di storia e cultura della Valle Olona, ogni anno la terza domenica di Giugno e vede la lpartecipazione di migliaia di persone. E’ organizzato dalle Pro Loco dei comuni di Fagnano Olona, Gorla Maggiore, Solbiate Olona, Gorla Minore, Marnate e Olgiate Olona.

In questo tratto di fiume è divertente osservare i corteggiamenti dei germani reali: spesso due maschi coloratissimi seguono una femmina apparentemente sdegnosa, ma attenta a quale dei due dovrà scegliere per riprodursi: non c’è tempo da perdere, i pulcini dovranno imparare presto a nuotare!

Le timide gallinelle d’acqua, che nidificano e trovano riparo nella vegetazione degli argini, nuotano tranquille fino a quando si sentono sole. Se sentono avvicinarsi qualcuno, si alzano e scappano zampettando sul pelo dell’acqua lasciando una lunga scia.
Gli aironi cinerini preferiscono la zona ghiaiosa un po’ più a nord, prima dell’ex Sanitaria. Incedono eleganti sulla sabbia e restano immobili nell’acqua prima di tuffare decisi la testa: il becco inesorabile cattura la preda, il lungo collo si allunga e la getta con un veloce scatto verso l’alto, per riacciuffarla al volo ed ingoiarla per la testa.

Per me, malata di rondini, lo spettacolo più bello è quello offerto, da aprile a settembre, dalle centinaia di rondini in volo. Proprio qui, tanti anni fa, la Valle era solcata dai fili elettrici dell’Enel. In aprile, diventavano posatoio ideale per questi volatili, apparentemente fragili, ma reduci da un viaggio pressoché ininterrotto di migliaia di chilometri. Se ne stavano lì, posate una di fianco all’altra (e si potevano distinguere i maschi per le code molto più lunghe di quelle delle femmine), a garrire felici del meritato riposo dopo tanta fatica.
Solo una breve sosta e tante acrobazie a caccia di insetti per rifocillarsi, poi il volo alla volta del vecchio nido (gli anziani) o la ricerca e la scelta di un sito dove costruirne uno nuovo (i giovani dell’anno prima). Le case di Olgiate Olona e Marnate (per me il “paese delle Rondini”) le attendono con gli amichevoli portici, sottotetti, grondaie, sempre pronti ad ospitarle. A Marnate, per proteggerle, il Sindaco ha indetto qualche anno fa il censimento dei nidi.

Il vasto prato sulla destra in primavera diventa un tappeto giallo per l’abbondante fioritura del tarassaco, un’erba medicinale amarissima (i cui germogli vanno raccolti prima della fioritura) nota coi nomi popolari di “dente di leone” o “pissalletto”, che ben definiscono le sue proprietà depurative.

Questo ampio spazio diventa lo sfogo naturale del fiume in tempo di piena, quando l’acqua supera il livello dell’argine e si riversa in questa zona alluvionale. Sarebbe ideale lasciarlo sempre così perché questo potrebbe diventare un biotopo ripariale, come testimoniano la vegetazione e la piccola fauna selvatica presente.

Sotto l’aspetto turistico, potrebbe equivalere a un ottimo investimento. Il timore che ho sempre espresso è che diventi, per far fronte alle esigenze di uomini sempre più pigri, un comodo parcheggio per i fruitori della pista ciclabile. Questa scelta, comporterebbe danni irreparabili dal punto di vista naturalistico e potrebbe rivelarsi un errore madornale.

Su questo argine destro, da qualche anno sono spuntati nuovi salici bianchi, ma il loro destino è segnato dalla solerte mano dell’uomo che, desideroso di pulizia a tutti i costi, ne capitozza le chiome, lasciando a testimonianza della sua ottusità gli esili stecchi. Da che mondo è mondo ontani, salici bianchi e pioppi neri sono piante igrofile, che amano l’acqua, e dovrebbero essere lasciati vivere anche sulle sponde. Quando i loro rami dovessero costituire un vero pericolo si potrà provvedere, ma nel frattempo avranno contribuito a migliorare la qualità dell’acqua, del suolo e dell’aria.

Dopo il campo aperto, c’è una vasta zona coperta da una fitta vegetazione. Un vecchio pruno selvatico che in primavera spicca per l’abbondante e candida fioritura; arbusti di biancospino e sambuco; invadenti robinie.

Nella monotonia degli alberi spogli, si possono notare, già a gennaio, gli amenti giallognoli dei noccioli. Sono loro a dare il primo segnale, mentre le gemme degli altri restano in attesa della primavera.

Questo terreno (un tempo bagnato da un canale irriguo che lo traversava portando l’acqua fino all’attuale campo da motocross fino alla “fiaschetta”, la pozza in cui si faceva il bagno), mantiene le sue caratteristiche di zona a vocazione umida. Lo confermano i giganteschi pioppi neri con i loro rami protesi verso il cielo ed i salici bianchi dalle ampie chiome.

La sagoma di una vecchia ciminiera, che svetta sugli edifici della vecchia fabbrica abbandonata, proietta la sua immagine sul fiume immobile e racconta la favola dei bei tempi laboriosi.

L’argine termina e qui c’è la scaletta che serve in estate da imbarcadero quando, durante Girinvalle i turisti salgono su una barca e provano l’emozione di navigare sull’Olona fino al ponte di Marnate. Il tratto è breve, ma che esperienza divertente! In alcune edizioni inoltre, c’è stata la possibilità di provare la bicicletta d’acqua, ancor più emozionante.

Tra gli arbusti sulla destra, piantati qualche anno fa, cresce una bellissima pianta di gelso bianco che in estate dà gustosissimi frutti. A sinistra, nascosto tra gli arbusti, cresce un giovane pioppo bianco.

Superato l’ex scarico ci si ritrova in quello che oggi è “il prato in Valle”. Molti anni fa questo prato era una delle brutture di Olgiate, con cumuli di rifiuti di ogni tipo: macerie, copertoni di auto, sacchi della spazzatura, sfalci di erba. I proprietari della villa Restelli ne curarono la bonifica dandogli il bell’aspetto attuale.

Nel prato un giovane orniello e in prossimità della roggia cresce un bellissimo olmo campestre. Due grossi alberi di ailanto sembrano sopraffare un giovane acero che cresce in mezzo al prato (delimitato da una fitta siepe di arbusti, piantati al tempo della bonifica: bosso pallon di maggio, rosa canina, corniolo, fusaggine o berretta del prete, noccioli, acero minore.

Sull’estremità che fa da spartiacque tra il fiume Olona e la roggia, cresceva, fino a qualche anno fa, un grande salice bianco. Fu abbattuto da un fulmine, il tronco si squarciò e si accasciò sulla roggia a mò di ponte, ma seguitò generosamente a germogliare.
L’ex roggia molinara confina con il bosco della vecchia fabbrica. All’interno tra la vegetazione, si riconosce la presenza dell’abete rosso, del cedro dell’Himalaya, del noce, del salice bianco, del ciliegio, del prugnolo, del frassino, dell’olmo, del tasso, dell’agrifoglio, del nocciolo, del sambuco: un bosco selvaggio con gli alberi avviluppati dai “tentacoli” del glicine che, mai potato, qui la fa da padrone.
Ed è qui, sul confine della roggia molinara, che vive la colonia di ontano nero con uno o due “patriarchi”, i più vecchi ontani della Valle Olona (solo un altro esemplare sulla ciclopedonale di Cairate può dirsi altrettanto vetusto).

Chi mi conosce sa di un mio debole per questo albero così legato alla presenza di acqua, così utile eppure tanto vilipeso, tagliato (ancor’oggi) in tutta la Valle Olona come fosse vegetazione infestante.
Da qualche anno vado “ragliando” che proprio questi vecchissimi esemplari moriranno se non riavranno un po’ di acqua nella quale affondare le radici (i piedi, come affermava il prof. Furia).

Un tempo, in questa roggia entrava l’acqua del fiume che faceva girare la ruota del mulino. Molti anni fa (a Mulino dismesso) questa fu sbarrata a monte e riempita con rifiuti di ogni genere fino alla ruota. Per molti anni, il tratto che andava dal fiume alla ruota riusciva ad allagarsi per troppo pieno, ma si sa che il fiume, dove può, crea le sue zone di deposito.

Proprio questo, formato da sabbia e sassi, blocca l’entrata dell’acqua a quel che resta della roggia, danneggiando gli ontani che stanno perdendo il loro splendore (basta guardare i rami secchi o sofferenti) e degli anfibi, germani e gallinelle che avevano scelto questa piccola roggia per trovare rifugio e riprodursi. Mi conforta la notizia che parla di un prossimo recupero della roggia.

A sinistra del “prato in Valle” passa la via Mulino del Sasso (ora anche pista ciclabile) con il bel cancello d’accesso al Parco di Villa Restelli.

L’alta recinzione in muratura lascia intravvedere la lussureggiante vegetazione originale (in parte inselvatichita dalla prepotenza di quella spontanea): querce, aceri, carpini, olmi, cedri, frassini, magnolie, faggi, cipressi, ginko biloba, camacipere, bambù. Fino a qualche anno fa vi cresceva anche una magnifica sequoia purtroppo morta (In California ne esistono esemplari datati sui duemila anni).
Villa Restelli è un armonioso complesso ottocentesco in stile neo-rinascimentale, costruita nel 1850 su progetto di Giacomo e Pietro Muraglia (Porta Garibaldi-Santa Maria alla Porta-Madonna di Loreto-Residenze di campagna a Carate Brianza e Olgiate) fino al completamento nel 1877.

Proprietario Francesco Restelli (1814-1890) patriota e giureconsulto – deputato –Vicepresidente della Camera 1862-1878. Partecipò attivamente alle Cinque Giornate di Milano con M. Fanti e P. Maestri e al comitato di difesa Città di Milano, dopo la liberazione dagli occupanti austriaci.

All'interno di questa villa fu nascosta parte delle armi provenienti dalla Svizzera utilizzate nella storica battaglia per le vie del capoluogo meneghino. Edificio a due piani con corpo principale verso il giardino su un terrazzo piano dominante la vista del fiume. Terrazzo con ringhiera liberty, abbellita da cinque putti.

Un magnifico esemplare di tiglio, piantato dal giardiniere dell’epoca, nonno del signor Angelo, ultimo custode ormai scomparso, mostra la sua sagoma spettacolare a candelabro. Dal grosso tronco si dipartono i rami robusti, rivolti verso il cielo e sorretti da sostegni. Le larghissime foglie creano sotto una fitta ombra.

Al giardino nella sottostante scarpata (soggetto a vincolo della soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici, Legge 01/0/1939 n. 1089), si accede con scalette e viali di percorrenza; altro accesso dal cancello di fondovalle in via Mulino del Sasso.
Alcune alberature ornamentali di pregio come d’uso nel periodo ottocentesco (diversi esemplari sono giunti a fine vita e caduta). Di recente, piantumazione a foglia caduca con essenze autoctone.

Il complesso edificato copre circa 1300 mq in diversi corpi contigui a formare prima di tutto il corpo principale verso il giardino con forma a alle lato lungo est – sul lato corto nord serra a vetri esposta a sud.

Quindi, al piano terreno le sale, cucine e servizi annessi. Al piano superiore le stanze da letto con due gruppi di servizi igienici e guardaroba. Nel corpo compatto su piccolo cortile quadrangolare detto rustico, alloggiava la scuderia, una piccola stalla bovina, rimesse, rispostigli ed alloggio del camparo.

Nel corpo di collegamento con portico di accesso che delimita, con i precedenti, il cortile nobile chiuso a sud da una tettoia di servizio alla scuderia. Il piccolo corpo a fianco del portone di ingresso principale su strada, con funzione di portineria. Particolare architettonico è la torretta di forma quadrata, con parapetto merlato e sovrastante lanterna pure merlata.

Il corpo principale è ancora usato dai proprietari come residenza estiva. Il corpo rustico restaurato e diviso in 4 unità abitative nel piano superiore, lasciando inalterata la scuderia dei cavalli: accessori interni in ghisa e decorazioni murarie.

I prospetti su cortili, giardino e strada caratterizzati dalle decorazioni pittoriche a contorno delle finestre: sul rustico motivi geometrici, in bianco e rosso mattone su fondo beige, persiane beige; il corpo signorile interno con fondo rosso e decorazioni più elaborate per arricchire contorni in arenaria, persiane verdi.

Innovazioni tecnologiche dell’epoca: la rete di raccolta acque piovane dai pluviali a grandi cisterne sotterranee collegate a pozzi di pompaggio per irrigazione; tracce della rete con condutture in rame per distribuzione gas illuminante prodotto in edificio adiacente; cantina-ghiacciaia per accumulo neve direttamente dal cortile; parziale impianto distribuzione aria calda con caldaia sotterranea; pozzo profondo perforato direttamente sotto la cucina x acqua di falda.

Gli interni sono molto sobri, con infissi abbelliti da ampie cornici e soffitti in gesso con decorazioni a sagome lavorate e floreali. I pavimenti erano prevalentemente in legno con gioco di diverse essenze, ma si sono salvati solo quelli al piano superiore. Anche i soffitti in gesso su armatura di “arelle” (pannelli in canna palustre) sono danneggiati dall’umidità.

Per le recenti commemorazioni del 150° dell’Unità d’Italia, visto il passato patriottico dei proprietari, la villa è stata aperta al pubblico per volontà del tris nipote.

In alcune ricorrenze, questo parco viene aperto ai visitatori che hanno così la possibilità di ammirare, nella magnifica terrazza sul retro della villa, l’antichissimo tiglio di cui sopra, modellato dalla mano di generazioni di giardinieri e guardato a vista dalle statue di dolcissimi putti posti sulla ringhiera.

Da qui si può ammirare la valle sottostante: in fondo a sinistra, verso nord, la sagoma della chiesa di Sant’Antonio; il fiume, la fabbrica abbandonata immersa nella vegetazione e il pianalto dove sorge Marnate.
Sul muro di cinta del parco, una porta murata resta a testimonianza del passaggio di un tempo: l’uscita della scaletta (ancora visibile al di là del muro di cinta) che proviene dalla sovrastante via Tovo, usata da abitanti e lavoratori per raggiungere più velocemente la Valle.

Qui varrebbe la pena fare una piccola deviazione, salendo la scaletta a sinistra, per raggiungere il tornante della via Mulino del Sasso… dove sono ben visibili il muro di recinzione costruito in sassi di fiume e “quadrelli” e i conglomerati (memoria del passato geologico su cui poggia la recinzione del parco di Villa Restelli.

Dopo la casetta restaurata sulla destra, la fabbrica dell’ex-Sanitaria. Industria Sanitaria Ceschina, costruita nel 1902-1907, inattiva da una cinquantina d’anni, sorge sul territorio di Olgiate e Marnate ed è attualmente abbandonata e fatiscente, a rischio crollo.

L’ingresso, ora vietato, era posto prima dell’attuale fontanella sulla destra: un ponticello che passava sopra la roggia molinara e consentiva l’entrata agli edifici.

Tutt’attorno, cresce una vegetazione rigogliosa: giovani ontani neri (anch’essi sofferenti per la mancanza d’acqua non più presente nella roggia molinara), giganteschi salici bianchi; un grande abete rosso (sopravvissuto all’abbandono dopo un lieto lontano Natale), un glicine che si abbarbica e si arrampica per decine di metri sugli alberi che incontra nel suo strisciare; un tasso vecchissimo e solitario; un agrifoglio.

In un lembo di terra così piccola, alberi spontanei e autoctoni convivono con quelli piantati molto tempo fa da qualche appassionato. Qualche anno fa (era ancora tutto aperto), vi entrai ed ancora una volta ebbi la conferma che madre Natura sapeva compiere miracoli. Sotto le campate in vetro, rotte e cadenti, in un’atmosfera di triste abbandono, su un letto di fango cresceva la più grande colonia di felci lingua cervina (cap. 12.8) che io avessi mai visto: le foglie verdi e lucenti facevano sembrare quel brutto capannone una serra del Paradiso. Non potevo credere ai miei occhi!

Dietro la fontanella, ciò che resta del vecchio Mulino Bianchi o del Sasso (il toponimo “del Sasso” è spiegabile dalla presenza di un ponte in pietra, giustificato dal fatto che Olgiate era il capoluogo della Pieve – fino al 1583), un pezzo di vita laboriosa di Olgiate Olona.
Mulino Bianchi o del Sasso Nel 1398 Giovanni Vismara rinnovò il contratto di investitura ad Ambrogino Lupus di Petrolo. Il mulino (divenuto doppio in epoca moderna) contava due rodigini, che facevano parte di quattro mole “a mistura, stimate, comprese le parti in ferro, lire 41 terzuoli; al contratto era annesso un prato di 5 pertiche, forse l’isola. Ambrogino sottoscrive l’atto per Lire 20 terzuole e con l’impegno di acquistare una “belua” “pro adiutorio massaricii” atta cioè al trasporto della farina e del grano. E’ un documento interessante, in quanto gli animali da soma al servizio dei mulini di solito si definivano con il termine generico di “bestie”, ma a volte è usato il vocabolo inusuale di “belve” che, per lo storico Forcellini, è da identificare con animale da tiro.
“1415 – Il 17 Gennaio i fratelli Bettino e Molo (nel ‘700 Mollo) di Alberis del fu Ottorino, si impegnarono a pagare entro un mese a Gian Simone e a Bonifacio Vismara il fitto “mancatus” del mulino, ovvero 17 moggia (moggio o modio, un'antica unità di misura) e 4 stara (o staio) di mistura, lire 4 e soldi 10 imperiali, 12 capponi e 12 soldate d’uova. Sei anni dopo il mulino passerà a Bonifacio”.


Curiosità

Nel 1453 l’Ing. Sutermeister avanza l’ipotesi che si possa pensare alla lavorazione dell’oro e dell’argento sul fiume Olona e scrive: So di lanciare una novità, che non posso dimostrare a fondo. La sottopongo per stimolare gli studiosi… e mi spiego: Gian Rodolfo Vismara, creatore di due conventi in Legnano, era anche possessore di un mulino presso la località di Castellanza, trafficava ripetutamente con oro e argenti per chiese e conventi. Ho la percezione che esso facesse lavorare i metalli fini usando della forza d’Olona per battere al maglio le foglie d’oro e d’argento e per trafilare i medesimi metalli”. Fonte: Luigi Carnelli, “L’Olona, le acque, la storia, i mulini”.

Passato in proprietà dai Vismara ai Lampugnani, ai Molo o Mollo nel ‘700 (Giampaolo, segretario del Senato, dona al paese la statua di San Carlo) e infine, dal 1850, ai Bianchi, fino alla cessazione dell’attività nel 1972. Destino che ha accomunato parecchi mulini, drasticamente costretti alla chiusura con l’arrivo della Seconda Rivoluzione Industriale.
La parte anteriore dell’edificio crollò per abbandono (apparteneva in parte anche alla fabbrica dismessa) parecchi anni fa e quando questo avvenne, mi dispiacque moltissimo. Non solo per un altro frammento di storia che scompariva con esso, ma per il completo disinteresse alla distruzione della Santella rappresentante l’Annunciazione, incorniciata dallo stesso elegante ornamento in ferro battuto che orna le canaline dell’ex sanitaria. Chissà quanti saluti e preghiere le erano stati rivolti in tanti anni, ma nessuno se ne ricordò più e cadde miseramente con i muri del Mulino.

Dopo il piccolo nucleo abitato, inizia il percorso che costeggia il fiume. A sinistra il versante vallivo con la tipica vegetazione: robinie, sambuchi, paulonia, rovi. Sbirciando verso sud dalla balconata della pista ciclabile, dove il fiume curva, si nota un enorme salice bianco e si ode il rumore della cascatella.

Il tratto che stiamo percorrendo ha perso buona parte del suo fascino da quando è cominciato lo sfalcio regolare lungo tutto l’argine.
Non solo la vegetazione erbacea spontanea è mutata, a causa dei regolari tagli, ma la mancanza di protezione offerta dalle piante erbacee ha obbligato parte della piccola fauna del fiume a trovare maggior riparo altrove.

Per fortuna l’argine sinistro è ancora allo stato selvatico e ricco di rovi ospitali, dove germani e gallinelle possono costruire il nido.
Qualche anno fa, in questo tratto di fiume (uno dei più brutti se consideriamo la trasparenza dell’acqua) apparve una coppia di cigni, candidi ed eleganti, che vissero qui per tutta la stagione estiva: apparsi come per magia a donarci l’impressione di vivere in un’oasi. E come per magia scomparsi a fine stagione per non tornare mai più a far rivivere l’illusione.

Molti anni fa, l’argine sinistro (prima della costruzione dell’attuale canale) era abbellito da un filare di vecchi pioppi cipressini. Sono rimasti solo alcuni pioppi neri sofferenti per la mancanza di acqua e uno di questi era fino a qualche anno fa “il condominio dei picchi”: si potevano scorgere anche da lontano i fori d’ingresso ai nidi ed avvistare il picchio rosso mentre scavava per costruire il nido o nutriva i piccoli affamati.

In estate, quando mamma germano) porta in passeggiata la numerosa prole (ne abbiamo contati fino a dodici), scivola guardinga sull’acqua sfruttando il riflesso della vegetazione e del muro di cinta, certa così di proteggere i piccoli da ogni pericolo. Vi sfido a trovarli nella foto e… provate a contarli!

La vegetazione di questo tratto di percorso è caratterizzata in primavera dalla bianca fioritura del cerfoglio selvatico; in estate da quella gialla del verbasco o tasso barbasso e dei topinambur; da quella fucsia della bardana) e della balsamina ghiandolosa; dalla miracolosa presenza di qualche giunco.

a cura di Giuliana Amicucci Dal Piaz

 

Introduzione